…o semplicemente per dire, con franchezza e onestà, quello che si pensa?

Leggo questo pensiero di un grande intellettuale maledetto, il filosofo, saggista e supremo aforista romeno Emil Cioran (1911-1995) i cui libri, ve li consiglio tutti, dal Sommario di decomposizione a La caduta nel tempo ai Sillogismi dell’amarezza, sono pubblicati in Italia da Adelphi (io li ho letti in francese).

Cioran annotava: “si scrive per far del male, nel senso superiore del termine, per turbare. Uno scrittore che non martirizza, non m’interessa. Dato che la vita è quella che è, vale a dire una cosa assolutamente terribile, non vedo perché la si dovrebbe imbellettare”.

Mi chiedo quale valore abbia questo pensiero di un uomo lucido e paradossale come pochi altri secondo il quale (e lo scriveva oltre trent’anni fa, con la ferocia di e la lungimiranza di un’Oriana Fallaci) “l’Occidente è condannato. Inconsciamente tutti lo sanno, ma pochi osano affermarlo”. Un tipo, piuttosto misogino, che quando parlava di donne confessava di avere nostalgia delle case di tolleranza (in Romania a Sibiu, andava al bordello ogni giorno) e con evidente intento provocatorio osservava a proposito del periodo trascorso a Parigi durante l’occupazione tedesca “il cambiamento avvenne dopo l’arrivo dei tedeschi a Parigi. Iniziai ad avere un rapporto normale con donne che non erano prostitute e considerai ciò come la prima grande sconfitta della mia vita. Da allora cominciai a dipendere dalle donne”, roba che se lo dicessi io avrei le femministe sotto casa, la Boldrini, Vladimir Luxuria e la scomunica del cosiddetto papa.

E mi chiedo che relazione abbia con il mio modo di intendere l’atto di scrivere. In pubblico, su un blog, come l’ho fatto prima per anni per quotidiani e riviste italiane ed estere, e non un diario privato dove uno può confessare e confessarsi le più solenni turpitudini e derive mentali, erotiche, o chissà che.

Io non penso, quando scrivo di vino, ormai solo sui miei blog, e non solo perché la stampa è in crisi agonica, ma per quelli che pensano il giornalismo del vino come me, senza fare marchette o pubbliche relazioni, pare non esserci posto, di voler espressamente fare del male, anche se talvolta con quello che scrivo, senza guardare in faccia a nessuno, senza fare sconti, senza fare ragionamenti di opportunità o di comodo, senza indulgere all’enologicamente corretto e alla ruffianeria, finisco con il fare inca….e il bersaglio di turno, o, in qualche caso, a danneggiarlo. Non vorrei essere nei panni del CEO del Castello di Cigognola quando la famiglia Moratti gli chiederà di spiegare il clamoroso autogol e danno di immagine procurato all’azienda da una politica commerciale assurda che ho stigmatizzato in questo articolo..

Non voglio fare del male quando scrivo, né voglio turbare. Voglio dire liberamente quello che penso, con il mio stile corrosivo e polemico da pamphlet, e se mi capita di dover essere cattivo, beh, non mi tiro indietro, anzi, ci vado a nozze. Oggi abbiamo bisogno di parole chiare, di non nasconderci dietro ad un dito, di esprimere la nostra indignazione, la nostra rabbia quando necessario. Anche quando siamo consapevoli che esprimerla non cambierà di molto le cose, ma almeno saremo a posto con la nostra coscienza e non avremo accettato censure e castrazioni del pensiero.

Non ho problemi ad essere “cattivo” si necesse est. In questo penso abbia proprio ragione Cioran, e penso ad esempi illustri come Louis Ferdinand Céline e oggi Michel Houellebecq: “uno scrittore che non martirizza, non m’interessa”. Il giornalismo (del vino) e altro conformista, pavido, opportunista, ipocrita, non solo non è nelle mie corde, ma mi ripugna.

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