Questo articolo l’ho pubblicato in luglio su Vino al vino ma penso che la sede più giusta per questi discorsi sia questo nuovo blog che porta il mio nome…

Non sapremo mai come e perché irritiamo la gente, diventiamo simpatici o antipatici, passiamo per ridicoli; la nostra immagine è il nostro più grande mistero”. Milan Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Qualche lettore amico, letta oggi la mia ultima (per il momento) eno-zingarata in salsa zilianesca, quella secondo la quale avrei venduto Vino al vino ad una fantomatica holding finanziaria svedese e il mio posto al timone di comando sarebbe stato preso dalla dolcissima Swedish wine girl based in Florence, ovvero Katarina Andersson, autrice di Grapevine Adventures, (beh, se ci avete abboccato consolatevi, siete stati in tanti, noti produttori di vino toscani, importatori, enotecari, rappresentanti, celebri colleghi, belle Signore) mi ha scritto dicendomi: ma perché fai così? A cosa servono questi scherzi, non sarebbe il caso che a 64 anni tu ti decidessi finalmente a fare la persona seria?

Domande pienamente legittime, ma ammesso e non concesso che io persona seria possa essere e come tale considerata, vorrei subito rispondere a qualche imbecille (una categoria di soggetti che nel mondo pullula) che mi ha scritto (ovviamente in anonimato) affermando che questi scherzi sono l’ultima arma spuntata che mi resterebbe per tentare di farmi notare, per sottrarmi all’oblio visto che, dicono bontà loro, sono finito.

Se dopo 36 anni di onorata attività di cronista del vino indipendente, irregolare, insofferente di mordacchia, bastian contrario, franco tiratore, io dovessi ricorrere a questi espedienti sarei proprio mal ridotto… Qualche lettore, dati Google Analytics, i miei blog lo hanno ancora, i vini che consiglio vengono sovente acquistati da lettori consumatori che di me si fidano, le mie capacità di scrittura e una certa bravura nel degustare vengono riconosciute anche da chi mi trova piacevole come un dito nell’occhio (scusate l’immodestia ma non ne vedo molti che scrivano come me e quando li leggi non ti facciano venire il latte alle ginocchia) e dunque faccio il burlone non per farmi notare, ma perché mi garba, e in questa particolare fase della mia vita chiedo a voi lettori, con Aldo Palazzeschi, E lasciatemi divertire!.

Mi piace, mi diverte, mi sconfinfera inventarmi eno-zingarate in salsa zilianesca, in questa calda estate dell’era coronavirus, perché mi ricordo bene, e come potrei dimenticarlo, che un anno fa di questi giorni non cantavo di certo con gli amati Coldplay Viva la vida, ma desideravo ardentemente, e ho implorato e sognato l’abbraccio gelido con sorella Morte.

Un anno fa, giugno, luglio, agosto e fino a metà settembre, ero arrivato a pesare solo 50 chilogrammi, sembravo un reduce da Dachau e volevo solo una cosa, che questa strana e complessa cosa chiamata vita finisse e finalmente potessi togliere il disturbo e calare il sipario su quella commedia da scalcagnato teatrino di periferia che è esta mi vida

Non ho tentato il suicidio, perché per farlo ci vogliono gli attributi e un coraggio fottuto che non ho trovato, ma ho provato a non mangiare anche per cinque giorni di seguito, a restare chiuso in casa con telefono e computer spenti, tagliato ogni contatto con il mondo esterno e pregando i potenti Dei di portarmi via…

Ci ho provato, ma le cose, mi spiace per coloro che preferirebbero che io fossi a concimare la terra e che la mia piccola voce fosse definitivamente ridotta al silenzio (di tomba), sono andate diversamente, e giusto per il rotto della cuffia, grazie all’amore purissimo di una Donna alla quale non finirò mai di dire milioni di volte grazie, scusa e perdono, la mia adorata ex moglie E., alla vicinanza di alcuni amici veri, Paolo, Giorgio, Roberto, Marta, André, Francesco, Fabio, Emanuele, Silvana, Fulvio i loro benedetti nomi, piano piano sono uscito dal sepolcro che mi stava inghiottendo.

E etto dopo etto, faticosamente, ho riacquistato un peso decente (ora sono a quota 65 e mi è tornata la classica panza da degustatore), quel rispetto di me stesso che, preda della mia divorante depressione, data dal trovarmi in bolletta sparata e senza alcuna entrata derivante dal mio lavoro di giornalista free lance, di equilibrista sul filo del giornalismo indipendente senza una rete sotto a parare la caduta dall’alto, avevo perso e una assurda, disperata voglia di restare a galla e non di accontentarmi di sopravvivere, ma di tornare a vivere. A mordere la vita e assaporarne il gusto.

Da ottobre del 2019, utilizzando solo lo smartphone, mentre il notebook restava ostinatamente spento ho cominciato a postare qualche cazzatiella sui social, Facebook e Linkedin, lanciando un timido segnale di vita, e un anno dopo, riacceso e aggiornato il computer a gennaio (grazie Max, caro tecnico di fiducia, peccato solo tu sia gobbo…) eccomi qui ad aver ritrovato il piacere dell’unica cosa che so fare, scrivere.

A divertirmi come quel pazzo scatenato, quel fool on the hill che sono, a raccontare della volontà ritrovata di assaggiare, bere, e raccontare quella lunga histoire d’amour con il vino che dura dal marzo 1984, quando per la prima volta entrai nella landa vinosa del mio cuore, la Langa del Barolo.

Il modo di farlo è sempre lo stesso, scrivere senza guardare in faccia nessuno, senza fare calcoli di convenienza (intendiamoci sono anch’io potenzialmente in vendita, ma escludo che mi vedrete mai a fare il tristo testimonial del Tavernello), parlando francamente e a muso duro, con il mio stile, con la mia franchezza sfacciata, spudorata e tagliente, ma con un una nuova misura, all’insegna dell’ironia, dell’auto-ironia, della volontà dichiarata e quasi urlata di non prendermi sul serio e scherzare soprattutto su me stesso (scrivo di vino e non di filosofia morale, storia dell’arte o musicologia) e ispirandomi in qualche modo al celebre capolavoro del grande scrittore ceco Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Io da qualche tempo, mentre per mangiare e pagare le bollette, visto che carmina et wine blog non dant panem, mi sono dovuto inventare un’attività, che dovrebbe assorbirmi sempre più, di consulente (per produttori francesi, di Champagne e non, che vogliono entrare sul mercato italiano e per la società di una carissima amica italiana che si è messa in testa la tenace idea di importare e presentare vini italiani di qualità, da me scelti, in quella ville merveilleuse che è Paris), ho scoperto di voler raccontare le cose del vino con maggiore levità, scherzando, ridendo, facendo il burlone, anche con i 64 anni alle porte tra due mesi. Ben consapevole che ogni scherzo (azzeccato e ben riuscito, vista la quantità incredibile di pesci che sono caduti nella mia rete) ogni enoburla, ogni articolo sui miei blog, non è altro che uno sputo in faccia a quella Sorella Morte che mi ha respinto e condannato a rimanere qui sulla terra degli uomini e non accanto a Bacco e agli altri dei, e un inno alla vita.

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Quel piacere di vivere, ridere, sorridere, emozionarmi, piangere, senza vergognarmi delle mie lacrime, senza soffocare i singhiozzi, che ho ritrovato. E che ritroverò sempre di più, non solo se il mio povero conticino in banca diventerà meno leggero, se quest’autentico état de grâce, questo speciale inebriante feeling con il vino e la scrittura continueranno, se andrà in porto anche solo la metà dei progetti che vado giorno dopo giorno elaborando, ma se sabato pomeriggio un incontro milanese che attendo con trepidazione e con il cuore che batte forte, andrà come spero. E tornerò ad essere un “diversamente giovane” che ama ed è corrisposto come un adolescente.

Perché, come dicevano benissimo i Beatles, All you need is love e, ancora Kundera, “Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare”.

E dunque se vorrete continuare a leggermi qui e su Lemillebolleblog, accettate questa mia novella dimensione divertita e burlona, e lasciatemi pazzia’. Perché so benissimo io per primo che, per dirla con Pino Daniele, Je so pazzo. Dunque lasciatemi fare e non me scassate o

Attenzione!:

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